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Osteopata D.O Paris
Kinesitherapeute
Patrice Malaval
Il plantare
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Il plantare

Il plantare non è il bersaglio di questo articolo che si limita a stigmatizzare l'uso indiscriminato che se ne fa per risolvere ottimisticamente molte patologie. Di fronte a una patologia sportiva che fa sospettare come causa un appoggio scorretto, un buon terapeuta dovrebbe prima guarire la patologia (ricondurre lo sportivo a un sedentario normale) e poi indagare l'uso del plantare come soluzione definitiva.

 Si deve usare:

 - In soggetti all'inizio della loro vita sportiva (primi tre anni) che lamentino patologie riconducibili a un cattivo appoggio.
 - Nella riabilitazione dopo interventi chirurgici o eventi traumatici.

Un po' di buon senso

 Ognuno di noi è fatto in modo diverso con lunghezze degli arti, muscolatura, articolazioni, elasticità dei tendini diverse. È abbastanza assurdo pensare di proporre per tutti un unico modo di gestire il proprio appoggio. Infatti il peso durante la corsa con il plantare viene semplicemente ridistribuito. Magari preservo il tendine d'Achille, ma vado a caricare maggiormente il ginocchio. Se sono già diversi anni che corro, il tendine guarirà, ma il ginocchio, non abituato al nuovo carico, farà crac. Semplice.
 Le considerazioni sopraesposte spiegano la sostanziale differenza che andiamo ad analizzare Nel caso di atleti giovani (come età sportiva!), il plantare è sicuramente indicato quando lo specialista rileva che un infortunio è strettamente correlato a un'anomalia anatomica (e non per esempio a esagerazioni iniziali del principiante); ci si potrebbe chiedere che differenza c'è fra un atleta che inizia e un atleta che corre da anni se entrambi presentano lo stesso problema (piede cavo, piede piatto, eccessiva pronazione ecc.).
La risposta è semplice: il podista che corre da anni con un problema anatomico (o presunto tale) ha sicuramente dei meccanismi d'equilibrio che lo hanno preservato dagli infortuni; se incorre in una fascite plantare non avrebbe molto senso attribuirla alle sue anomalie anatomiche e cercare di risolverla con un plantare, in quanto le cause sicuramente sarebbero altre: tolte quelle, ritornerebbe a correre senza problemi.
Quello che sfugge ai più è che il nostro corpo ha comunque un carico allenante massimo, per cui è importante conoscere la nostra distanza critica. È assurdo che un maratoneta in sovrappeso atletico (per esempio 72 kg per 175 cm) pensi a un plantare piuttosto che a dimagrire per esempio di 5-6 kg. Se vuole mantenere quel peso è più logico che di dedichi a distanze più brevi.

In altri termini, se non si segue un criterio di gradualità e non si sta sotto il livello quantitativo e qualitativo che il proprio corpo sopporta, plantari o non plantari, si avranno sempre dei problemi. La teoria dell'allenamento non serve solo a far ottenere la miglior prestazione, ma anche a far durare a lungo l'atleta. In modo ancora più chiaro, se 10-15 anni fa si pensava che gli infortuni fossero in gran parte dovuti a malformazioni anatomiche dell'atleta, oggi è ormai chiaro che gli infortuni sono, nel 99% dei casi, errori di sovraccarico quantitativo o qualitativo.
In genere conviene guarire perfettamente da un infortunio "difficile" (anche con un lungo periodo di stop) e affrontare la ripresa con uno spirito più orientato a durare a lungo che alla singola prestazione: aumentare le proprie capacità di recupero, base organica molto forte (fare qualità solo con una quantità alle spalle sufficiente), potenziamento e tecnica di corsa ecc. L'altro caso in cui il plantare è certamente giustificato è nella fase di riabilitazione dopo un infortunio traumatico o un intervento chirurgico. Infatti il plantare consente di moderare il carico, consentendo un recupero graduale.
 Non si deve usare:
 - Per cercare di curare patologie sportive; il plantare previene, ma non cura. Prima si guarisce, poi si prende in considerazione l'idea del plantare.
 - Per cercare di prevenire patologie sportive in atleti che comunque da tempo non hanno problemi. Non si fa altro che alterare equilibri ormai consolidati.
  - Per cercare di "convivere" con patologie sportive. Si dilaziona solo il problema...

La qualità spesso è un optional

 - L'uso del plantare è stato consigliato a quasi tutti i runner che calcano le strade da anni. Da una statistica che ho effettuato, su un gruppo di trenta atleti, ventisei hanno ricevuto l'indicazione di portare un plantare. Molti hanno seguito questo consiglio, salvo poi buttare il plantare poche settimane dopo averlo usato. La morale che ne ho tratto è che il plantare è spesso consigliato in tutte le patologie delle quali non si viene a capo con le terapie più blande, una sorta di panacea che tutto dovrebbe curare. Purtroppo non è così, anche perché la realizzazione di un plantare dovrebbe essere un'opera di alta ingegneria biomeccanica, mentre spesso non è che la veloce preparazione di un supporto da infilare nelle scarpe sperando che faccia il miracolo. Se provate a farvi fare due plantari per lo stesso problema, scoprirete che sono simili, ma non uguali, che molti vengono realizzati senza tener conto delle scarpe in cui devono essere inseriti e che altri vengono addirittura realizzati con materiali non idonei alle patologie. Occorre rimarcare che molto spesso un cattivo plantare non fa altro che procurare nuovi problemi.

 Il circolo magico

 - Perché allora il plantare è così di moda? Perché fa parte di quell'insieme di tentativi che si fanno per curare patologie croniche o acute di cui non si conosce la causa. Chi non riesce a venire a capo di un infortunio entra in quella spirale che io definisco "magica": plantare, chiropratico, osteopata, agopuntura, medicine alternative, pranoterapeuta, santone. Ognuno di questi tentativi è giustificato (persino il santone se la patologia è psicosomatica da paura dell'avversario che in quel periodo è in gran forma...), ma solo con cognizione di causa. Se non si conosce (o si fa finta di non conoscere, come chi tenta di tutto per evitare un intervento chirurgico) la causa, rivolgersi al terapeuta sbagliato non può che aggravare la situazione, facendo perdere tempo e soldi.

 La serietà professionale

 - Il problema di fondo è valutare la serietà professionale degli appartenenti al circolo magico. Come si fa? Se una persona sana va da un podologo che vende plantari o da un chiropratico, lamentando sintomi di una particolare patologia, quanti richiedono esami per valutare la gravità e quanti invece partono subito in quarta dicendo che è necessario un plantare o è necessaria una manipolazione? Un professionista è veramente tale quando ammette i limiti della proprio campo d'azione; purtroppo ci sono specialisti che pretendono di curare ogni patologia con la loro disciplina.

Come deve essere

 - Spesso i plantari vengono usati anche da atleti professionisti (in verità in percentuale non eclatante); alcuni lo usano a scopo scaramantico, altri lo usano perché il plantare è stato realizzato sulla loro biomeccanica. Se si analizzano le caratteristiche di questi plantari si scopre perché molti plantari non funzionano.

 Un plantare dovrebbe:

 - essere realizzato dopo una prova statica e una prova dinamica. Essere realizzato con tecnologia computerizzata. * Essere rivisto periodicamente.
 - Essere realizzato in materiale idoneo (durevole, lavabile, igienico ecc.), in particolare un singolo plantare non dovrebbe pesare più di 45 g (misura 9 USA).
 -  Il primo punto è chiaro: una semplice prova statica non è interessante per uno sportivo.

 Il secondo punto riguarda chi fa plantari con metodiche molto vecchie, come per esempio con un calco in gesso. L'interpretazione dell'appoggio non può essere ricondotta a una seppur buona, ma approssimata esperienza umana. Del resto il giudizio sui plantari sportivi è nettamente cambiato solo dopo l'avvento del computer. Il terzo punto fa parte del concetto di personalizzazione. L'ultimo punto è forse il più importante e, direi, decisivo: se il plantare non è del tutto assimilabile a una normale soletta di una scarpa da running non è utilizzabile a fini sportivi.
Patrice Malaval